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Ex collaboratori di giustizia e l’affare ‘capitalizzazione’

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Di Arnaldo Capezzuto

 

Il problema c’è e per ora nessuno lo vuole vedere. Gli ingredienti sono furbizia, scaltrezza e padronanza delle leggi. I protagonisti di questa storia italiana sono i collaboratori di giustizia. In particolare, i camorristi, una volta passati dalla parte dello Stato e aver raccontato le loro verità decidono di uscire dal programma di protezione grazie alla cosiddetta ‘capitalizzazione’.

Si tratta di una buonuscita erogata dallo Stato per favorire la definitiva autonomia economica dei pentiti. Insomma, terminati gli impegni processuali, incassato il parere favorevole della Procura distrettuale e di quella nazionale antimafia scatta il semaforo verde e l’ex collaboratore: può rendersi autonomo.

Un affare per lo Stato: non garantirà più l’indennità, non corrisponderà più il fitto dell’abitazione riservata, le cure mediche ed i costi della protezione estesa anche ai familiari del collaboratore. Sulla carta, in tempi di spending review, è un risparmio sostanzioso per le malandate casse dello Stato.

E’ chiaro che così non è. Nella realtà a ‘capitalizzazione’ avvenuta, non c’è alcun obbligo di controllo da parte dello Stato sull’uso della somma erogata. In sintesi, l’ex collaboratore di giustizia può fare quello che vuole del denaro ricevuto. E’ un disastro annunciato. La maggior parte degli ex pentiti ‘bruciano’ i soldi in investimenti sbagliati o in attività poco redditizie. Molti con tanto denaro in tasca tornando all’opulenza ed ai vizi di un tempo.

Sperperato il tesoretto della ‘capitalizzazione’, battono cassa e si rivolgono nuovamente allo Stato. Della lunga lista ecco l’ultimo caso che riguarda Emiliano Zapata Misso, 36 anni, nipote dell’ex boss del rione della Sanità a Napoli e diventato ‘reggente’ della cosca nella metà degli anni 2000. E’ tornato a far parlare di sé proprio in questi giorni.

Uscito dal programma di protezione, incassata la ‘capitalizzazione’, bruciati i soldi è stato costretto a far ritorno a Napoli. La sua presenza non poteva però passare inosservata. Minacce, aggressioni e intenti di vendetta da parte di esponenti di clan di cui ha svelato segreti nella veste di collaboratore di giustizia.

Emiliano Zapata con appelli e richieste di aiuto ha denunciato la sua attuale condizione ed accusato lo Stato di averlo abbandonato. Un clamore costruito ad arte per tentare di riottenere l’ombrello delle tutele. Ma Emiliano Zapata Misso è incappato in un blitz della polizia partenopea.

Gli agenti della Questura di Napoli da tempo avevano notato strani movimenti nei pressi della sua abitazione. Ne è seguito un controllo e una perquisizione dove nel bagno di casa Misso sono state rinvenute nascoste quattro molotov. A quel punto per l’ex collaboratore di giustizia condannato nel giugno del 2013 dalla Corte d’Assise d’Appello a otto anni e quattro mesi di reclusione per omicidio volontario si sono nuovamente spalancate le porte del carcere di Poggioreale.

Casi non isolati. Anzi. E’ opinione comune che occorra cambiare registro. L’assistenza degli oltre 1.203 pentiti, congiunti e affini resta un problema serio per lo Stato con spese di gestione ormai fuori controllo e uscite dal programma di protezione fermi al palo. In più c’è da aggiungere i furbetti della ‘capitalizzazione’.

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